Il cristiano fedele alla Terra

di Fabrizio d'Agostini

VITO MANCUSO, L’anima e il suo destino, Raffaele Cortina Editore, Milano, 2007, collana: Scienza e Idee, diretta da Giulio Giorello, con una lettera di Carlo Maria Martini, XVI - 323.

Si è voluto dare a questa recensione della monografia di Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, il titolo “Il cristiano fedele alla terra”1 poiché si tratta del titolo italiano del lavoro di Paul Grent, Teilhard de Chardin – Un évolution chrétien, Seghers, Paris. Connotazione che riguarda l’autore, non solo per il ripetuto richiamo2 all’opera di quello che Vigorelli chiamò “Il gesuita proibito”,3 ma anche per il pervenire ad un esito per molti aspetti simile.

Anche l’accoglienza da parte della teologia ufficiale è molto simile, salvo che il prof. Vito Mancuso è visibilmente meno ubbidiente e silenzioso e molto più difficile da proibire.

Ma è fedele alla terra e tale fedeltà non è solo nell’esperienza della naturaphysis e del suo svolgersi dal disordine dell’abisso caotico fino all’ordine della biosfera e poi alla “sapienza” e autocoscienza dello spirito realizzato nella giustizia, ma anche nel radicare nella razionalità umana il fondamento di una conoscenza altrimenti rimessa alla fede.

Mancuso scrive per i laici o meglio per la “coscienza laica”, e non per coloro che sono ben radicati nella fede e “la vera laicità significa ritenere conclusivo non il principio di autorità ma la luce della coscienza” (p. 1). Le risposte tuttavia non sono venute dal pubblico o dall’atteggiamento mentale al quale l’opera era destinata, i laici per lo più non hanno risposto. La risposta è arrivata proprio da soggetti ben radicati nella fede, o che come tali si presentano, oppure dagli atei e le critiche sono state talora durissime e, altre volte, aperte al confronto e al dialogo. Del resto, la coscienza laica finisce per l’autore per coincidere in larga misura con la coscienza cristiana una volta affermato con S. Tommaso che non può esservi una fede che non sia esplorabile razionalmente o che non risponda all’intrinseca razionalità dell’ordine naturale, il che gli permette di presentare subito, fin dalle prime pagine, la sua “dichiarazione di guerra”  ad alcune “dottrine tradizionali:

  1. la creazione dell’anima umana da parte di Dio senza nessun concorso dei genitori;
  2. il peccato originale;
  3. la risurrezione della carne;
  4. la dannazione eterna nell’Inferno” (p. 30)

In verità, la rifondazione da parte dell’autore di tali dottrine è già cominciata, implicita nel riconoscere la nascita del bene nel cuore degli esseri umani, nel corpo e dal corpo della madre (p. 23) e subito dopo nella conclusione che è “il Logos che presiede la natura che diviene carne anche dentro di noi (altro che peccato originale!)” (ibidem).

Qualche osservazione sembra intanto dovuta e cioè che il cristianesimo e, nel caso, il cattolicesimo, fin dalle sue origini è tutt’altro che una dottrina rigida e ha dimostrato di poter contenere una grande varietà di rappresentazioni e interpretazioni, perché in realtà è una storia e dunque legittimamente l’autore può rivendicare la sua appartenenza a quella storia; tuttavia due aspetti ci sembrano segnarne la diversità e sono: l’inevitabilità della fondazione della fede sulla ragione4 e non viceversa e l’inevitabilità dell’abbandono della tradizione apostolica.

La parte distruttiva, e insieme più facile dell’opera, è contenuta nella dimostrazione dell’insostenibilità razionale delle quattro dottrine tradizionali del cristianesimo indicate e, successivamente, nella parte positiva, nella costruzione attraverso un modello tratto molto dalla scienza e dalla filosofia, con rilevanti ricadute sulla teologia, di una nozione del tutto particolare di “anima” e nella conseguente e coerente risposta ai problemi posti dall’esistenza delle dottrine tradizionali (ad esclusione dell’ultima, la nozione di Inferno e la sorte finale e definitiva dei dannati, per la quale la risposta pur data rimane sospesa fra due possibili alternative).

Sono queste risposte il “destino” dell’anima e incidono in modo rilevante sia sulla soteriologia e sia sulla escatologia tradizionali.

Come accennato, la nozione di anima è il risultato dell’attraversamento di un modello che, se trova il proprio incipit nella critica alla prima dottrina presa in esame e cioè la creazione dell’anima di ogni singolo essere venuto ad esistenza nella storia del mondo da parte di Dio senza concorso dei genitori, si fonda poi sulla fisica subatomica.

Secondo la fisica subatomica, infatti, tutto è energia e ogni cosa, dalle stelle, al mare, alla vegetazione, agli animali, non è altro che una diversa configurazione della stessa energia, intesa come “essere primordiale”. Energia sono le cose inanimate;energia sono i vegetali; energia sono gli animali ed energia è l’essere umano, ma nell’essere umano esiste un surplus di energia e questo surplus è quello che viene chiamato “anima”, anima che rispetto ad ogni altra energia necessitata si determina e definisce invece come libertà.5

L’energia è la realtà nella quale si pone l’azione divina e, insieme, è il luogo della sua esplicazione; l’azione divina creatrice e conservatrice della vita si definisce infatti come Principio Ordinatore, una legge che si oppone al destino entropico dell’universo, votato altrimenti al disordine e al caos.

L’esercizio della libertà nella direzione di un maggior ordine “trasforma” l’“anima” in “spirito”, “spirito” che, divenuto creativo nella direzione del bene, diviene santo. Divino.

Infine, l’io. Un insieme di relazioni che dalle relazioni subatomiche a quelle intersoggettive della comunicazione costituisce il vero statuto del Logos nella sua etimologia originaria più vera. Dunque, “in principio c’era la Relazione”.

Tirando le somme dell’opera, si tratta non solo dell’anima e del suo destino o di alcune dottrine, ma di una completa rappresentazione del mondo e della vita. Nell’argomentazione, significativo è lo sviluppo dello spirito dal basso, come risultato teilhardiano di una evoluzione calata nella storia con, di fatto,il recupero della linearità del progresso.

Non si può semplicisticamente affermare che, sotto le forme e le parole, in “L’anima e il suo destino” si nasconda un principio materialistico perché comunque l’energia, nella presentazione dell’autore, costituisce una potenzialità che essendo ogni cosa può essere tanto materia quanto spirito e viene riaffermata la prevalenza dell’energia-spirito sull’energia-materia; certo la tesi sostenuta dall’autore esclude “la nostalgia” d’una diversa appartenenza, il “ricordo” d’un essere, un soggetto, un’anima “sostanza”, diversa qualitativamente dalla materia.

Parimenti l’accusa di gnosticismo, formulata senza alcuna polemica da Enzo Bianchi e respinta dall’autore, ci sembra apparire tanto vera quanto falsa. Falsa, perché in Mancuso la materia come energia è fondamento, origine, fase primigenia dello spirito e vera, sia pure sui generis, per quanto riguarda il metodo e la ricostruzione del mondo sulla conoscenza piuttosto che sulla fede.

Alcuni aspetti dell’opera, sicuramente affascinante, ci sembra inducano alla simpatia, nel senso greco antico del termine di “soffrire insieme” e rendono difficile non tener conto d’ora in avanti del libro e sono, in particolare, il pathos della scrittura e quindi il corrispondete “tono”; lo sforzo di unificare in un modello la comprensione della materia-spirito e, infine, la costruzione in sé del modello.

Soprattutto la costruzione del modello, perché, paradossalmente, il negativo di quella costruzione, afferma con grande forza che l’essere – qualunque ne sia il nome – è “altra cosa” da quell’energia primordiale che impegna il creato.

Nelle conclusioni all’opera, l’autore riassume che “se il quantum di energia supplementare che chiamiamo anima viene ordinato, genera gioia, quiete, pace, serenità; se cade in balia del disordine, genera nausea, rabbia, violenza, disperazione” (p. 305). Dunque così si pone la scelta fra bene e male e il male è l’entropia e la spinta al disordine e al caos e il bene è l’ordine e la scelta si pone perché l’anima nel suo aspetto dinamico è libertà. Può scegliere. D’altro canto se così non fosse, di fronte all’impersonalità originaria del Principio Ordinatore, la santità sarebbe inevitabile e il modello scadrebbe nel meccanicismo.

Ma, a livello individuale, la vera questione è chi mette ordine, chi sceglie l’ordine e non sceglie il caos? Non il surplus di energia, perché in tal caso sarebbe una necessità impersonale che la condurrebbe in una direzione o l’altra e dinamicamente sarebbe il contrario della libertà; non il corpo, nel quale l’energia è di qualità inferiore e greve; non la mente, autocoscienza che, secondo l’autore, precede la scelta; non l’io, proiezione di relazioni; … oppure, sì, il corpo, la mente o l’io o qualche cosa d’altro o tutto … e allora il corpo, la mente o l’io o il qualche cosa d’altro o il tutto sono solo denominazioni dell’essere separato dal surplus di energia che è il soggetto che sceglie e allora è lui che è libero ed è lui che sceglie. è lui, fuori dal tempo e dallo spazio, che, incarnandosi, entra nella materia e così nel tempo e nello spazio. è lui il “pneuma” soffiato nel fango e come vento - anemos – anima crea e dà forma all’energia del mondo. Ed è sostanza nel senso etimologico di quanto sta dietro o sotto o nascosto rispetto alle forme del creato.

Infine, ci sembra corretto lo sforzo davvero ammirevole con cui l’autore indaga la materia. Vero o falso l’esito, forse è questo, alla fine, il “destino”dell’anima: scoprire le leggi della materia e trasformarle in forme.

NOTE

1 Il cristiano fedele alla terra, Teilhard De Chardin, Vallecchi, Firenze, 1963.(torna al testo)

2 La prima citazione dell’opera è infatti una citazione da Teilhard de Chardin. (torna al testo)

3 Giancarlo Vigorelli, Il gesuita proibito, Il Saggiatore, Milano, 1963. (torna al testo)

4 Nel corso dell’opera, ripetutamente, l’autore rileva che la fede non può essere in contrasto con la razionalità e fin dall’inizio si preoccupa di far rientrare il concetto all’interno di una parte importante della dottrina e di qui la citazione da S. Tommaso che “è impossibile che una verità di fede possa essere contraria a quei principi che la ragione conosce per natura” (p.34), argomenti che sono diversi dalla fondazione della fede sulla razionalità, ma la struttura dell’argomentazione e le conclusioni finali ci sembrano poi fondare sulla razionalità la fede.E' una questione gnoseologica antichissima e insieme recentissima ed è il problema della fondazione di un sistema logico coerente. (torna al testo)

5 L’autore, secondo una antica e classica ripartizione, dopo aver parlato di anima vegetativa e anima sensitiva, individua in quel surplus di energia l’anima razionale. L’anima come mente è l’autocoscienza e l’anima divenuta autocoscienza si definisce come libertà nel suo aspetto dinamico perché si tratta di energia “non impegnata”, “non occupata”, “non esaurita” nell’anima vegetativa o sensitiva dell’uomo. è, appunto, un di più. (torna al testo)

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